••• Tristano Ajmone — SURVIVOR ••• |
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![]() SURVIVOR!!!
Una Storia che Appartiene a Tutti
Ho passato diversi anni consecutivi negli istituti psichiatrici italiani, dagli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) alle cliniche private e le comunità «terapeutiche». Nonostante il mio percorso psichiatrico sia legato ad un iter giudiziario, esso è un percorso che potrebbe capitare a chiunque... potrebbe capitare anche a te! Ho incontrato uomini rinchiusi da anni negli OPG solo perché ritenuti «socialmente pericolosi». I «reati» che li hanno condotti in quei luoghi sono spesso gesti inconsulti legati a situazioni di disperazione interiore. Essendo privati della facoltà di difendersi in tribunale, poiché screditati dalla psichiatria che li bolla «incapaci di intendere e volere», queste persone si trovano presto rinchiuse in realtà spaventose, atroci — luoghi e situazioni che non possono che esasperare il dolore iniziale che le ha condotte lì. Il più piccolo dei reati previsti dal codice penale può trasformarsi facilmente in una sentenza di «proscioglimento per incapacità di intendere e volere al momento del fatto» — una sentenza che prevede in alternativa al carcere la «cura» e la custodia in Ospedali Psichiatrici Giudiziari per un minimo di due, cinque o dieci anni. Al termine del periodo di cura stabilito inizia il teatrino delle «revisioni della pericolosità sociale», cosicché la «cura» viene protratta di «proroga» in «proroga» per anni, fornendo coercitivamente al business psichiatrico una vasta utenza cui somministrare costosissimi psicofarmaci. Ho visto persone che erano in OPG da 5 anni per aver rubato un portafogli, o aver spaccato una vetrina in un gesto di rabbia. Altre non si ricordavano più come fossero finite lì, decine d’anni addietro. Molti sono morti senza mai rivedere la libertà. Il rovescio della medaglia psichiatrico-giudiziaria è rappresentato da quelle persone che hanno commesso crimini maggiori e che se la cavano con pochi anni di OPG. Persone con alle spalle svariati omicidi, che «riconquistano» la libertà in pochi anni (a volte in soli tre anni). La mia esperienza mi ha consentito di capire che in psichiatria il destino del paziente è largamente influenzato dalla propria estrazione sociale di origine, le proprie risorse finanziarie, e le proprie conoscenze all’esterno (specie se persone influenti, facoltose, o pericolose). Gli psichiatri sono abbastanza furbi da mettere in prima linea, nelle occasioni pubbliche, pazienti che provengono da esperienze psichiatriche blande (centri diurni, cliniche private convenzionate, o degenze volontarie), così accade che si sentono spesso le testimonianze di pazienti che si dichiarano soddisfatti dei servizi, ma non si odono mai le urla disperate delle migliaia di persone che sono state segregate e torturate negli OPG. Queste urla creerebbero una lunga reazione di imbarazzi che finirebbe col coinvolgere i vertici di Roma. La natura degli abusi è tale da non lasciar spazio ad alcuna spiegazione plausibile se non quella dell’indolente indifferenza tipica dei burocrati votati alla carriera e ad un’immagine pubblica immacolata. Durante il proprio soggiorno in OPG, «l’ospite» (così viene eufemisticamente definito il prigioniero) è in una condizione di Trattamento Sanitario Obbligatorio perpetuo, per cui non può opporsi a nessuna decisione del personale ospedaliero. I sistemi punitivi per emarginare il dissenso sono quelli tipici dei regimi totalitari: la contenzione fisica, l’incremento della terapia farmacologica, e un ulteriore restrizione della libertà. A gestire situazioni oltremodo complicate, vi è il corpo degli agenti penitenziari (parliamo infatti di ospedali con celle, sbarre, e tanto di agenti di custodia — luoghi che di ospedaliero hanno solo il nome, essendo di fatto dei carceri). La punizione corporale, tramite iniezioni farmacologiche e/o percosse e contenzione, è tuttora una realtà vigente nella psichiatria italiana, ed essa viene applicata tanto ai giovani quanto agli anziani. Il fatto che io abbia incontrato svariati psichiatri che si sono rivelati persone comprensive, supportive e non abusive, non toglie il fatto che la psichiatria dispone di un potere discrezionale che è terrificante — un potere che in qualsiasi momento può essere impugnato per sopprimere il dissenso. Nel bene e nel male, nessuno psichiatria è LA psichiatria, ma ciascuno psichiatra gode dei pieni poteri esecutivi della psichiatria. La mia esperienza è stata che nella maggior parte dei casi questo potere viene impiegato in malafede per nuocere, e che la professione psichiatrica poggia su una serie di tacite regole, la prima delle quali è la proibizione a denunciare un proprio collega. Così oggi capita di sentire qualche psichiatra che si lamenta delle condizioni generali in psichiatria, o in un determinato istituto, ma non si ode mai di uno psichiatra che abbia denunciato un proprio collega per i crimini o sopprusi che gli ha visto commettere. Nonostante alcune vittime della psichiatria riescano a vincere cause legali contro gli psichiatri, nessuno si pone mai il problema di come i colleghi di questi psichiatri riconosciuti colpevoli abbiano omertosamente lasciato che tali crimini avessero luogo. Nelle carceri italiane, quando i detenuti extracomunitari intentano scioperi della fame in protesta a qualche violazione dei propri diritti, vengono spesso spediti in OPG per «osservazione psichiatrica». Questo è un esempio lampante (e frequente) di come tutt’oggi la psichiatria venga impiegata come strumento di controllo sociale per sedare il dissenso e la protesta. Per quanto gli istituti di correzione e cura siano rimossi dagli occhi pubblici, è inutile fingere che essi non siano parte integrante della società. Le vittime di un sistema oppressivo legittimizzato finiranno col perdere fiducia nella società che non ha prestato attenzione ai loro bisogni e diritti. Queste persone, infine, verrano restituite alla società, ed il rischio sarà che le loro delusioni e rancori si trasformeranno in un’avversione generalizzata verso ogni ordine costituito. Provate a chiedere ad una vittima della psichiatria cosa ne pensa dei medici in generale! I crimini della categoria finiscono per infangare tutta la classe. Le vittime della psichiatria si trovano in una situazione molto analoga alle vittime della Mafia: temono che, denunciando gli abusi subiti, saranno vittime di ritorsioni. La Mafia ha il potere (illegalmente acquisito) di bruciarti la casa o di spararti. La psichiatria ha il potere (legalmente acquisito) di prelevarti da casa tua e incarcerarti in istituzioni totali, e se provi a ribellarti chiameranno le forze dell’ordine, le quali hanno un mandato che le autorizza a spararti se opponi «eccessiva» resistenza. L’aggettivo «eccessivo» in questo contesto ha una valenza diversa per chi non vuole essere incarcerato senza aver commesso crimini, da un lato, e per chi ha l’ordine di condurlo all’istituto di destinazione, dall’altro. Non vi sono margini di trattativa, la psichiatria non presuppone il dialogo. Il dialogo è la farcitura usata da certi falsi democratici per decorare una torta che, di base, è tutta merda. Come insegna il proverbio napoletano: «Hai voglia a metterne di Rhum... chi nasce stronzo non può morire babbà!» Non dev’essere quindi motivo di stupore che cosi poche vittime della psichiatria abbiano il coraggio di denunciare ciò che hanno visto e subito. Quelle poche che hanno il coraggio di farlo non riescono ad essere prese sul serio poiché narrano di atrocità che coinvolgono migliaia di persone e di cui si sente parlare da un numero troppo esiguo di bocche. Il mandato della psichiatria del TSO deve essere assolutamente abolito. Il legame tra giustizia e psichiatria deve essere sciolto. Nulla di Cui Vergognarsi!Non vi è nulla di cui vergognarsi nell’essere stati in psichiatria, NULLA! No, non me ne vergogno, né me ne vergognerò mai... Mi vergognerei di me stesso se dovessi mai omettere di denunciare apertamente ciò che ho visto e vissuto. Questo sì che sarebbe vergognoso. Ritengo vergognoso che in Italia ancora oggi si leghino persone, sofferenti nell’anima, ai letti di contenzione, e che ciò avvenga perlopiù come misura disciplinare camuffata da intervento sanitario. Ho visto legare a sudici letti di contenzione persone che avevano superato i settant’anni di età — immobilizzate, nude, a giacere tra i propri escrementi, gli arti legati e la “quinta fascia” per bloccare il torso. Ho visto i miei fratelli musulmani legati al letto di contenzione, privati del diritto inalienabile a praticare le cinque preghiere obbligatorie. È vergognoso che tali sistemi medievali di tortura vengano considerati interventi terapeutici, laddove sono palesemente il proseguito della vecchia inquisizione. È vergognoso che in molti istituti penitenziari italiani per poter ricevere assistenza medica si sia costretti a recidersi le vene, e che a questa pratica consolidata segua inevitabilmente un’osservazione psichiatrica punitiva in repartini psichiatrico-carcerari il cui squallore oltrepassa ogni incubo dell’immaginario collettivo. Ciò che è vergognoso è che la psichiatria sia riuscita a istituzionalizzare la sofferenza umana, trasformandola in un lucroso business cui si stanno unendo sempre più categorie professionali — psicologi, assitenti sociali, operatori di comunità, ecc. Il mito della «malattia mentale» grava oggi sull’Umanità, relegando ogni forma di soliderietà umana alla responsabilità degli «esperti clinici». L’Uomo Nuovo — al contempo prodotto finale ed ingranaggio del processo consumistico — ha disappreso ogni concetto di responsabilità individuale e civica. Lo specchio deforme della Scienza ha storpiato la realtà consensuale fino al punto da interporsi nelle relazioni familiari. È vergognoso che vi siano genitori che si lavano le mani dei propri figli relegando agli «esperti» la gestione delle loro turbe adolescenziali — o che essi anche solo acconsentano, contro voglia, all’invasione psichiatrica nella vita dei loro figli. Questo atteggiamento è il risvolto del genitore risucchiato da una realtà lavorativa che non gli consente di dedicare tempo ai propri figli, sostituendo la propria presenza paterna con videogiochi d’azione ultra-veloce — che sono da molti ritenuti una delle cause principali dei disturbi adolescenziali. L’aspetto tragico di tutto ciò è che questi genitori sono oberati da tabelle di marcia lavorative disumane atte a soddisfare delle esigenze fiscali su cui grava pesantemente il buco delle spese sanitarie creato dal mercato dei farmaci con i quali vengono «curati» i disturbi dei bambini che si ammalano proprio a causa della situazione lavorativa genitoriale. Vi è un circolo vizioso che alimenta al contempo il malessere sociale ed il business farmaceutico, solo che i media — assoggettati alle multinazionali — non affrontano l’argomento. L’uomo medio sacrifica la propria esistenza ad uno stile di vita disumano nella speranza di poter ottenere il denaro che gli comprerà trastulli ludici atti a scongiurare i mali che derivano da questo stile di vita. Quando non si ha il coraggio di guardarsi dentro si finisce col cercare tutte le soluzioni all’esterno. La falsa dialettica della psichiatria ha minato i rapporti interpersonali, inseminando i germi della «sentimentofobia». Siamo arrivati al punto che molte persone nutrono dubbi e paure circa i loro — peraltro sporadici — sentimenti, fino al punto di rivolgersi alla consulenza di «esperti» per sapere se tali sentimenti e/o emozioni siano «giusti o sbagliati». Tali atteggiamenti verso la propria vita interiore sono la prova empirica che l’alienazione mentale/emotiva è ormai uno stile di vita. Come ha detto Noam Chomsky:
Non è vergognoso per chi ha dato di matto l’essere finito nei circuiti psichiatrici quanto lo è, per chi ne è rimasto fuori, il non domandarsi cosa vi sia di sbagliato in un mondo la cui popolazione si sta avvicinando ad una percentuale di diagnosticati «malati di mente» che mette in forse la governabilità democratica. Che significato assumerà il termine «democrazia» in Paesi in cui oltre un terzo della popolazione sarà considerata, dallo Stato, mentalmente compromessa? Che la società mostri indifferenza verso le barbarie perpetrate dalla psichiatria è vergonoso tanto quanto quelle barbarie stesse, se non di più! Quale persona vive oggi in un’ignoranza tale da non sapere cosa siano l’elettroshock, la lobotomia, la camicia di forza? Gli strumenti di tortura sopravvivono nella cultura popolare con più efficacia di quanto vi riescano le conquiste scientifiche positive; e allora com’è che nonostante questa consapevolezza di fondo si stenta ancora a credere ai resoconti delle vittime della psichiatria? perché non si concede loro credibilità quanta se ne concede alla casta psichiatrica, i cui crimini contro l’umanità sono ben fissati nella mente di tutti? Io invito tutti i sopravvissuti alla psichiatria a riflettere... Perché vi vergognate di raccontare ciò che avete visto? Cos’è che vi blocca, la paura di compromettere la vostra immagine pubblica? di non trovare più lavoro? di essere «scartati», evitati? Allora, ditemi, cosa vi distingue dai vostri carcerieri? Come fate ad asserire di non essere passati dall’altra parte? Vi ponete mai il problema delle persone che vi siete lasciati dietro, e che seguitano a soffrire in quei luoghi di compassionevole sterminio? Oppure state cercando di rimuovere, cancellare, dimenticare tutto in blocco? Io dico che essere stati testimoni delle barbarie psichiatriche, e rifiutarsi di denunciarle, solo per paura di compromettere la propria posizione sociale — o perdere la comoda pensioncina di invalidità —, è doppiamente vergognoso poiché la testimonianza oculare implica una maggiore responsabilità che non l’aver semplicemente sentito dire «che»! |